Ignazio Masulli

Storico contemporaneista

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Welfare State e patto sociale in Europa. Gran Bretagna, Germania, Francia, Italia 1945-1985
Ignazio Masulli, CLUEB, Bologna 2003.

Il libro analizza la formazione dello stato sociale moderno – vale a dire, dall’emergere dei caratteri che lo connotano ancor oggi – in Gran Bretagna, Germania, Francia e Italia. Si tratta di un’analisi comparata e di carattere specificatamente storico. Il che costituisce un elemento di novità in un ambito di studi quasi esclusivamente costituito da quelli sociologici.
Il periodo esaminato va dal 1945 al 1985. In realtà, la ricerca prende le mosse dalle risposte date alla crisi del 1929 con il New Deal e, più in generale, la “svolta capitalistica degli anni Trenta”. Infatti nell’ipotesi interpretativa dell’autore le premesse per la formazione del moderno stato sociale sono da ricercare nella formazione della società di massa in Europa e negli Usa nel periodo tra le due guerre mondiali. Rispetto a quel fenomeno egli mette in rilievo i mutamenti intervenuti nel rapporto tra stato, economia e società; mutamenti ancor più accentuati, appunto, negli anni Trenta. I problemi e le esigenze che condussero a quei mutamenti sono analizzati nell’introduzione e in riferimento ai diversi contesti.
Com’è ben noto, le risposte trovate a quei problemi in Gran Bretagna e Francia furono assai diverse dalle soluzioni totalitarie e di “nazionalizzazione delle masse” del fascismo e del nazismo.
Rispetto a quei precedenti, il punto di svolta coincise con la ricostruzione economica e la rifondazione democratica dopo la seconda guerra mondiale. Le immani distruzioni della guerra, le sofferenze patite dalle popolazioni europee e gli stessi straordinari sforzi che ad esse erano stati chiesti durante il conflitto imposero la negoziazione di un nuovo patto sociale tra governanti e governati.
In Gran Bretagna la consapevolezza di tale esigenza era maturata fin dalla metà degli anni Trenta, non solo sulla base delle teorie di Keynes e nei tentativi ancora parziali dei governi di coalizione a guida laburista, ma anche nelle convinzioni di ampi settori dell’establishment. Quelle esperienze e convinzioni condussero al rapporto Beveridge del 1942 e ispirarono i progetti di riforma discussi in parlamento nel 1943 e ’44. In Gran Bretagna, quindi, la rinegoziazione del patto sociale avvenne con una relativa continuità rispetto alle convinzioni e propositi degli anni precedenti, anche se la loro concreta attuazione fu dovuta alle coraggiose riforme realizzate dal governo laburista tra il 1945 e il 1950. In effetti, quelle riforme posero le basi per uno dei migliori e più solidi sistemi di welfare, durato, non a caso e con poche integrazioni, per trent’anni.
In Francia la tormentata dialettica sociale e politica degli anni Trenta sfociò nell’esperienza del Fronte Popolare che, in soli due anni, fece compiere uno straordinario balzo in avanti alla legislazione sul lavoro e alle condizioni di vita delle classi lavoratrici. Ma la restaurazione del 1938 e, poi, l’occupazione tedesca e il regime di Vichy segnarono una lacerazione profonda nelle tradizioni democratiche del paese.
Quanto all’Italia, la situazione era molto più grave, giacché si trattava di riscattare la primogenitura del fascismo, i guasti di vent’anni di dittatura e la corresponsabilità della guerra.
In entrambi i paesi, fu solo grazie al movimento di liberazione contro l’occupazione nazista e i regimi collaborazionisti di Vichy e di Salò che fu possibile ritrovare, in un caso, e rifondare, nell’altro, le basi della democrazia.
Il nuovo e straordinario peso politico che ebbero, in entrambi i paesi, le classi lavoratrici e i partiti di sinistra, proprio in ragione della loro partecipazione maggioritaria alla Resistenza, influì notevolmente sulla situazione dell’immediato dopoguerra. La forte spinta ad un profondo rinnovamento dei rapporti tra stato e cittadini e al riconoscimento di più ampi diritti civili, politici e sociali trovò espressione nella carta costituzionale della IV repubblica francese e in quella della nuova repubblica italiana.
La rottura dei governi di unità antifascista e la conseguente svolta moderata che si verificarono, sia in Francia che in Italia nel maggio 1947, costrinsero le classi lavoratrici, i sindacati e i partiti di sinistra ad intraprendere lunghi anni di lotte per rivendicare un rinnovamento del patto sociale che era stato promesso, ma solo intravisto.
In Germania occidentale occorse aspettare la costituzione della repubblica federale e qualche anno ancora perché i partiti cristiano-democratici, liberale e socialdemocratico, ristabilissero la loro influenza nei diversi settori della società e riprendessero, su nuove basi, il confronto politico.
Attraverso la ricostruzione attenta delle vicende economiche, delle lotte sociali e del confronto politico che caratterizzarono il secondo dopoguerra in tutti e quattro i paesi esaminati, comincia a prender corpo l’ipotesi interpretativa che attraversa tutto il libro. Essa si può riassumere nella convinzione che il patto sociale stipulato nel dopoguerra continuò ad essere riproposto e difeso negli anni successivi soprattutto per merito della costante pressione esercitata dalle classi lavoratrici, dalle loro rivendicazioni e lotte, non solo sul piano sindacale tradizionale, ma per lo sviluppo di una democrazia reale e riforme sociali.
Ciò avvenne, spesso, con notevoli difficoltà, dovute alle resistenze opposte dai ceti dominanti e dai governi conservatori o moderati. Ma fu soprattutto grazie a quella spinta dal basso, pressoché incessante, che, sia pure in varia misura, rivendicazioni ed obiettivi di riforma continuarono ad essere riproposti nel corso degli anni Cinquanta.
Nel II capitolo si esamina quella che molti sociologi hanno definito l’âge d’or del welfare state: il periodo compreso tra la seconda metà degli anni Cinquanta e la prima metà degli anni Sessanta. Furono, infatti, quelli gli anni in cui si ebbero le attuazioni più soddisfacenti del “compromesso keynesiano”: compromesso che consisteva, da un lato, nell’assicurare alle forze capitalistiche le condizioni della crescita economica ed un alto livello della domanda effettiva e, dall’altro, nel promuovere un allargamento della democrazia reale, garantendo alle classi lavoratrici la piena occupazione e una rete di protezione sociale.
Anche per questa parte, come per le precedenti e successive, il libro ricostruisce in modo sistematico sia gli andamenti economici che le lotte sociali e la vicenda politica in cui si iscrissero i provvedimenti di welfare. Infatti uno degli intendimenti principali della ricerca è di mostrare come e perché il welfare state non può essere considerato un mero insieme di sistemi di previdenza ed assicurazione. In realtà le riforme sociali attuate, con maggiore o minore completezza, nei paesi esaminati costituirono elementi portanti della loro organizzazione sociale.
Dall’analisi della fine degli anni Cinquanta e degli anni Sessanta emerge il panorama della fase matura della cosiddetta “società fordista”, la fase, cioè, caratterizzata dal neocapitalismo dei consumi, dal netto prevalere del modello demografico urbano e dai notevoli mutamenti intervenuti nei sistemi di vita (familiare, abitativo, dei consumi, appunto, nonché dei trasporti, delle comunicazioni, ecc.).
L’Europa occidentale diventò in quegli anni molto diversa da quella degli anni Trenta e da quella appena uscita dalla ricostruzione del secondo dopoguerra. Ciò non toglie che i mutamenti verificatisi non possono essere compresi senza essere posti in relazione con il processo di trasformazione di più lungo periodo che aveva preso l’avvio proprio nella “svolta” capitalista degli anni Trenta. Tale prospettiva consente di distinguere meglio gli andamenti economici dualistici, sia geografici che di settore e infrasettoriali, gli squilibri e le arretratezze sociali, nonché i ritardi politici storicamente presenti nei diversi contesti.
Ad esempio, non poche contraddizioni erano ancora presenti negli anni del “miracolo italiano”, ma anche nella crescita economica tedesca dei secondi anni Cinquanta, così come si mostrarono perduranti nella società britannica e francese. Appaiono, in tal modo, più chiare le ragioni di una conflittualità sociale e di uno scontro politico che continuò anche negli anni in cui sembrava esserci maggior margine per una relativa redistribuzione della ricchezza.
L’analisi non è circoscritta alle contraddizioni e alle ragioni della conflittualità. Sono esaminati anche gli interessi, i movimenti, il confronto continuo tra le diverse forze in campo nei termini di una dinamica di base del funzionamento sociale. Una dinamica i cui effetti eccedettero le stesse rivendicazioni ed obiettivi degli attori sociali e politici che ne furono protagonisti. Infatti l’autore sostiene che, al di là dei risultati più o meno parziali conseguiti nel corso dell’azione sindacale e politica, fu la forza stessa di quel movimento, il suo driving, che alimentò, allora e in seguito, le trasformazioni del sistema sociale spingendolo verso livelli di organizzazione via via più complessi.
Si analizzano anche i primi segni di frenata della precedente e lunga fase di crescita economica che emersero nella seconda metà degli anni Sessanta per mostrare come, proprio in quegli anni, fu evidente il primato dei fattori politici. Infatti, nonostante diminuzioni abbastanza sensibili del PIL, il governo laburista di Wilson, le socialdemocrazie scandinave e il primo governo Brandt furono in grado di aumentare le spese per le politiche sociali prendendo provvedimenti integrativi e nettamente migliorativi dell’ampiezza e delle prestazioni del welfare state.
Viene dato, poi, un notevole risalto al ciclo di lotte 1968-74, facendone quasi una sezione a sé stante. Si sostiene, infatti, che si trattò di un’altra fase importante, quasi un punto di svolta, nel continuo processo di ridefinizione dei rapporti sociali. In questo senso vengono ricostruite le ragioni strutturali insieme all’emergere di nuovi profili dei soggetti che furono protagonisti di quel serrato confronto sociale e politico.
Inoltre si sottolineano alcuni elementi inediti o poco conosciuti. Ad esempio, le forti analogie riscontrabili nella caratterizzazione sociale dei protagonisti di quelle lotte, nel fatto che si privilegiasse il terreno locale ed aziendale dello scontro, così come in molti degli obiettivi ricorrenti, ma anche nelle ragioni e nei modi di dispiegarsi delle lotte e del loro allargarsi a categorie diverse e precedentemente meno combattive, fino agli aspetti, anch’essi per molti versi analoghi, di rivendicazioni direttamente rivolte ai governi per la realizzazione di riforme sociali e provvedimenti di welfare. Accanto agli elementi di diversità nei differenti contesti emergono gli elementi comuni e ricorrenti in tutti e quattro i paesi.
Maggiori differenze si riscontrano a valle, cioè nei risultati raggiunti. Tuttavia, anche da questo punto di vista, appare ben dimostrabile che quel ciclo di lotte contribuì a colmare ritardi e sanare scompensi nelle politiche sociali dei paesi in cui erano diventati più vistosi e meno tollerabili accorciando le distanze tra le diverse situazioni. Così accadde, ad esempio, nel caso italiano della riforma pensionistica del 1969 e dello statuto dei lavoratori del 1970.
Il IV capitolo riguarda la crisi di valorizzazione dei capitali verificatasi agli inizi degli anni Settanta, con il conseguente avvio di una lunga fase recessiva, accompagnata da una febbre inflativa, anch’essa prolungata e difficile da porre sotto controllo. Si esaminano, quindi, le maggiori risposte date alla crisi dai detentori di capitale e dai governi dei paesi più industrializzati, in termini di ristrutturazioni produttive, di forte automazione, di riorganizzazione del lavoro, nonché di crescenti delocalizzazioni delle produzioni in paesi del terzo mondo con manodopera a basso costo e non protetta. La ricerca misura gli effetti di tali cambiamenti sulla struttura sociale dei paesi più industrializzati. Indubbiamente, i mutamenti sociali innescati da quei fenomeni furono molteplici e complessi, refrattari a qualsiasi interpretazione deterministica. Tra le altre, la crisi ebbe forti ripercussioni anche nelle politiche di welfare. Ma, pure in questo caso, il confronto tra le diverse situazioni sociali e politiche dei quattro paesi e gli esiti differenti che si registrarono aiutano a comprendere la molteplicità e varietà dei fattori che intervennero nella nuova situazione.
L’ambizione maggiore dell’ultimo capitolo è quella di mostrare le prime conseguenze e mutamenti provocati dalla crisi apertasi negli anni Settanta come l’inizio, e solo l’inizio, di un nuovo processo di crisi e trasformazione del capitalismo maturo nel quale siamo ancora immersi e i cui esiti riguardano anche la messa in discussione e i ridimensionamenti dei sistemi di welfare.
Il libro si chiude, appunto, con la disamina delle prime corpose istanze di revisione delle politiche sociali all’insegna del paradigma neoliberista.